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18 Febbraio 2017
Nella notte. Persi...
di Stefania Castella



Nella notte. Persi...
ph Sergio Siano

Giada non tocca mai terra, cammina un passo più su degli altri, guarda la gente con aria distratta, tutto l’annoia, niente l’appaga. Muove i capelli lucenti nell’aria, sparge sentori di ambra e vaniglia, entra, esce tra le nuvole vaporose dei suoi sospiri. Vive a due passi dal mare, più in là dove il mare lo vedi dall'alto, prospettive di meraviglia, passa il suo tempo a scegliere. Abiti, accordi, tra borse e scarpe, amanti distratti. Amiche che le somigliano, giornate che si somigliano, da sempre. Da bambina con le scarpette lucide, da ragazzina con i corsi di danza e pittura, scultura, chitarra, pianoforte. A Giada non manca nulla, tranne il senso della vita che le scorre come la pashmina tra le dita.

 

Non aveva bisogno di studiare, nessuno sforzo, un diploma conquistato a forza di sorrisi e battiti di ciglia. Moine fatte a modo, la sua specialità. Giada. Sotto un cielo azzurrino si muove leggera, in alto gabbiani osservano beffardi il suo incedere soave. Giada nell'auto, ferma al semaforo, tamburella con le dita al volante, la manicure sistemata da poco, lacca preziosa di lucido rosso, fuma nervosa annebbiando lo sguardo di velluto “Ma tu vedi se devo fare tutti sti’ chilometri. Periferia. Schifo…” Giada, passa in mezzo a strade che non le appartengono, scritte sui muri incrostati di vite passate, insegne straniere, puzza di piscio. Colpa di Alberto e del suo appuntamento incasinato. “Ci vediamo lì affianco alla piazza, mi dici che pensi di quel mio progetto. Potresti seguirmi allo studio che avvio tra un mesetto. Roma ti piaceva…” “Segretaria Io?” Giada sorride anzi ride più forte, sistema una ciocca che cade su viso. Alberto, soltanto un coglione tra tanti, uno di quelli che ci esci una volta e ti credono presa. “Mi spiace tesoro, sono molto in ritardo” la voce convince non troppo quel tipo al telefono.

 

Al semaforo, vite distratte disperse, distese. Amhir lascia pacchetti di fazzoletti su cruscotti passanti, David lascia in giro foto di un bimbo che nemmeno ha mai visto c’è scritto “aiuta mio bimbo che molto malato”. Lo sguardo di Giada sparge occhiate di disgusto. Marta all'angolo aspetta seduta intreccia lo sguardo sullo sguardo di donna e le sue mani curate. Marta seduta su una cassetta di legno annerita dal marcio, si guarda le scarpe ammaccate col tacco. E’ magra leggera potrebbe volare in una notte di vento. Vorrebbe volare in una notte qualunque. Capelli lunghi sulle spalle sottili, un vestito nero che non supera il culo. Marta ha un nome ma nessuno lo sa, ha pensieri che nessuno conosce e parole che a nessuno direbbe. La bocca si impegna in un’altra maniera. Marta si buca da quando ha 15 anni come sua madre, ogni tanto ci pensa chissà come sarebbe andata se… Marta alza gli occhi tra gli amici distratti, c’è Alba che ancora non smonta, lei sta lì giorno e notte, due figli da crescere. È bionda formosa veniva dall'est adesso non viene più da nessun posto, il suo posto è lì e alla fermata del bus per raggiungere il buco e consegnare i due soldi raccolti per strada e se resta qualcosa spedirlo alla nonna che tiene i bambini.

 

Ha una lunga cicatrice sulla gamba, il tipo trovato quella sera di agosto non gradiva la parcella al finale, e si è sfogato lasciandola a terra come un cane abbandonato all'angolo di una vacanza. Le è andata bene, anzi le è andata di lusso, ha mangiato gratis due pasti in ospedale, beata lei. Marta a casa ci torna qualche volta, altre volte dorme per strada, quando non hai forza per camminare troppo si rimane al lavoro. E pensare a quanti progetti perduti nel tempo… Giada guarda quella cosa secca, vestita di nero, e sputa una cicca alla sua direzione. Due sguardi intrecciati, questioni di attimi c’è un auto e il lavoro non sta ad aspettare. Marta raggiunge il suo capo di un’ora, magari ci scappa un cinquanta stasera. Giada raggiunge quell'insulso di Alberto, lui la accoglie con gli occhi sognanti e la voglia nel cuore prima che nelle mutande. La avvolge con gli occhi, prima di stringerla forte. Lei si sposta veloce non perde altro tempo, Giada ha lo shopping a giorni precisi e laura l’amica l’aspetta tra un’ora. “Volevo dirti che ti amo, e che lo sai, se tu dovessi decidere di venire a vivere a Roma con me potresti avere tante possibilità”. Lo sguardo di Alberto si perde negli occhi ingrigiti dal ghiaccio del cuore di lei. “Amore lo sai è stata una cosa da poco. Che vuoi che ti dica, non penso di averci messo tanto di quell'impegno da poterti creare non so, delusione. Credimi. Ho un appuntamento con un produttore, mi ci vedi a fare la segretaria? Dai, tanto valeva restare in azienda da papà”. Il ragazzo sente qualcosa salire dal ventre, una rabbia, un dolore che non sa controllare. Un sapore di amaro di quasi veleno. Sapore di amaro di quasi veleno.

 

Marta si mette a sedere, ha finito il lavoro, si aggiusta allo specchio, rimette il rossetto, sistema i capelli anche venti potrebbero andare. Li prende infilandoli in borsa, raggiunge veloce la notte distratta. Riprende il suo posto di sempre. “Sali da me, ti giuro un minuto, beviamo qualcosa ti racconto di cose, un progetto” …insiste il bel tipo non riesce a capire, “va bene ma un attimo che poi c’ho da fare”. Il palazzo importante ha un silenzio di tomba, nessuno si affaccia, nessuno bestemmia, nessuno ci passa nessuno li nota. Quando l’ultimo colpo è affondato nel petto, la ragazza si scioglie un tutt'uno nel sangue. Fuma l’insulso mentre pensa che fare, “brutta mignotta così impari a campare” e Giada rimane distesa a guardare, senza più sguardi, il riflesso del nulla riflesso negli occhi. “Là in mezzo a quei capannoni, nella merda, è lì che ti porto tesoro mio dolce”. Giada è un fagotto riverso nell'auto. Di notte in quel posto non passa nessuno. Lasciare la macchina affianco a quel palo, sparire di fretta, non passa nessuno. Marta tira su la testa da quel ventre grasso, pulisce la bocca, sistema i capelli, si mette a sedere aspetta i suoi soldi. Lui ride sdentato e poi dice “che guardi? sparisci puttana” lei lo osserva sprezzante come la gente la guarda da tutta la vita.

 

Come la donna bellissima la guardava un pò prima, sputandole addosso lo schifo provato per lei. “Dammi i miei soldi” Un dolore potente il sapore del sangue. È dolce e caldo e scende veloce, il colpo robusto stordisce e scompone, lui apre la porta la sbatte via a calci come fosse una cosa che non serve più. “Bastardo” è un lamento smorzato tra i denti. Marta si alza, ha il tacco spezzato, il naso distrutto e lacrime e sangue si cullano insieme. Tornare a casa, tornare alla vita ma non quella per strada, “la chiamano vita ma siamo già morti”. Marta ora ride “e io faccio la vita, e so’ quasi morta aahahh”. C’è l’eco che sposta ogni fiato stasera. I ragazzi ammassati nei buchi di cessi di case a due passi da lì, qualcuno si trova per un pezzo di stoffa da mettere al naso. Quell'auto, che strano, lasciata in parcheggio in questa crepa di mondo. Una macchina bella, non certo del posto, Marta tampona il naso col vestito strappato, si avvicina pian piano magari c’è qualcosa di buono da prenderci dentro. Si accosta un po’ ai vetri, guarda bene lì dentro, non c’è… “Cazzo è?” una cosa arrotolata sul sedile ordinato. Ha un abito nero che sembra elegante “È strafatta sicuro” un colpo nel vetro per farla svegliare. Marta cerca di capire, muove la maniglia, puzza di marcio, di brutto più brutto di come puzza lì in giro nelle sere normali. Ma quella non sembra per niente una sera normale. “Oh tu” allunga una mano la ritira veloce, si volta, quel corpo coperto di rosso, non si vede la faccia. Soltanto una mano, le unghie laccate, curate di lusso di profondo rosso. “È lei” la donna di quella mattina lì al palo, che ha sputato la cicca con la faccia schifata.

 

L’anello, le unghie, tutto le corrisponde, guardandola in faccia, si proprio lei. Marta si siede a quei piedi di tacchi che guardano altrove. “Che strana la vita eh sorè?” “Non ce l’ho un cellulare per chiamare qualcuno, che ci posso fare, sei tu la ricca qui tra noi due, chi vuoi che… e vabbè va prendiamo sto’ coso, magari qualcuno che risponde lo troviamo” Marta raccoglie un telefono, apre con un tasto la rubrica, scorre icone e l’ultima chiamata “proviamo questo bella mia?” ci pensa un po’ non si muove una foglia “sta’ a vedé che mi fai andà pure in galera per farti avè una degna sepoltura…” “Ecco chiamiamo questo qua, magari è uno che ti conosceva bene…” le dita premono tasti parte una chiamata nella notte lampeggia il cellulare dice: “Alberto” quello il nome che risponde. La vita a volte ruota in modo un po’ strano, non puoi fare niente per cambiare i suoi giri “Non ti muovere arrivo ci metto un secondo” la voce del tipo è forte e sicura, “che faccio? aspetto e che ti lascio da sola. Magari ci esce qualcosa per me”.

 

Il cielo è già terso mentre passa la notte, gabbiani a due passi osservano ridendo quella triste umanità ingannata… E se ancora una volta, sparisce una puttana per strada forse nessuno si accorgerà che pure lei era nata.








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