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RaccontiStefania Castella

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01 Aprile 2017
Nel tuo abbraccio
di Stefania Castella



Nel tuo abbraccio
madri e figli

“Perché, dimmi perché?”

 

“Perché lo fanno tutti, perché volevo essere come loro”

 

“Tu non dovevi essere come loro, tu come nessun altro, tu, tu sei speciale.” Mentre glielo urlavo sulla faccia l’avrei presa a schiaffi. L’avrei riempita di schiaffi quella faccia da ragazzina. Il suo piccolo naso dispettoso, la bocca sporcata di rosso, lo smalto alle unghie, cosa ne era della mia piccola, quand'era diventata così grande? Quello era solo il suo involucro, avrei voluto tirare fuori quello che c’era stato dentro, solo fino a poco tempo prima, quando era mia. Ho tenuto le sue manine piccole sulle mie, ogni sera, sera dopo sera, finché piano cresceva e le allontanava da me. Attraversato il corridoio lungo le notti, notte su notte, scostando la porta raccolto le coperte arrotolate su pavimento. Carezzato i capelli di oro bellissimo e anche quando ero incazzata nera, non potevo fare a meno di sorridere alla resa di quella piccola peste, vinta dal sonno. La mia piccola bimba. Quanto i figli sono dei loro genitori? Poco, secondo il mio parere adolescente.

 

Ma ora era diverso, ora ero io la madre e Karina l’adolescente e non era facile nemmeno così. La prima volta che l’ho vista, guardata per com'era, per come era diventata, mi era sembrata più magra di sempre, avvolta su se stessa con le mani al ventre, strafatta non so di cosa, fuori dal mondo, fuori da noi, fuori da tutto quello che avevo creduto di aver costruito. Un mondo distante così lontano da quello che eravamo. L’ho vista uscire il sabato sera una volta ogni tanto, ma con i turni che ruotano in ospedale, certe volte non riuscivo a starle dietro, quando sono diventati i venerdì e poi i lunedì e poi tutte le sere era già tardi. Era già “non te ne fregava niente prima, cosa vuoi adesso”. Aggressiva, indisponente, sfuggente. Ero troppo occupata per capire, per non fermarmi a chiedere. Per smettere di fingere che andasse tutto bene. La mia piccola donna e il suo mondo fuori, adesso non c’era più posto per me. Questo lo capivo piano piano.

 

Non c’era posto per i divieti, per le inutili punizioni. I suoi amici che non conoscevo. Cambiare città era stato cercare la possibilità di lavorare, da quando io e suo padre non eravamo più insieme. Bisognava tentare e il posto più vicino era stato via da casa, dalle abitudini, da quelle amiche con cui era crescita, quando pensi che a dieci anni potrà capire. Forse ha capito, ma poi l’ha dimenticato e tu hai dimenticato il resto. Cresciuta sotto i miei occhi distratti. Dov'erano le giornate passate sul letto a veder i cartoni e lo smalto da mettere insieme? farsi truccare gli occhi e le dita piccole piccole che ti colorano la faccia di verde e di viola sul naso, le guance e poi la meraviglia di quell'espressione “Oh, ma sei bellissima ora, mamma”. I primi tempi l’assestamento era stato abbastanza innocuo. O forse ero solo felice di aver trovato lavoro in quella clinica. Karina studiava, faceva i compiti e proseguiva con profitto, qualche festa a casa delle amiche.

 

E i ricordi vanno a quando la sua voce squillante rimbombava per casa: “Vieni a vedere il film con me?” le mille volte che avevo altro da fare. Le mille volte che avevo stupide inutili cose a cui stare dietro, mille volte di stupidi inutili “solo un attimo” “ora non posso”. E quando poi potevo, in due secondi scivolavo nella stanchezza. Non c’ero anche quando ero lì. Karina parlava poco, della scuola delle amiche quasi niente, di suo padre ancora meno. Quando avevo iniziato a pensare ad un altro uomo la storia del nostro matrimonio era già passata da quattro anni, passata per noi due, non per lei. Fare la spola tra mamma e papà diventava sempre più pesante per quella ragazzina timida e taciturna. Non raccontava, ma inventava una scusa dietro l’altra, e pensavo non le va, preferisce stare con me. Ma non è sempre così.

 

Forse è solo più comodo e non tutto quello che è comodo, fa meno male. Karina cresceva sembrava inserita, dopo le medie la scelta del liceo le amiche poche, ma sempre vicine. Ti costruisci un mondo che è illusione che serve a proteggere l’illusione stessa. Mentre cercavo di fare la madre invincibile che tiene tutto insieme: casa, lavoro, figlia immusonita e vita privata (questo sembra un’assurdità, il fatto di avere una vita privata fuori dalla vita) la storia con Alberto riempiva gli spazi nel cuore, colmando di bellezza dei primi battiti dopo tanto tempo, ma era anche una moltitudine di sensi di colpa. Negli sguardi di Karina che ogni volta sembrava vedesse l’ultima delle madri indegne, quando eri lì vestita di tutto punto per uscire. Succedeva raramente, ma succedeva e Alberto frequentava casa a piccoli passi.

 

Una volta un saluto, una volta una pizza. Ricostruire una vita a tre sembrava comunque un percorso impossibile. E lei era fuori che cercava il suo equilibrio, quando restava a dormire a casa di Isabella e non tornava che la sera del giorno dopo. Sembrava felice, sembrava non sentisse nessuna mancanza. Forse questa illusione di tranquillità era solo uno dei sintomi che qualcosa non andava, non andava più. Alberto l’aveva vista una volta o due, quando una delle sere dei ritorni la incrociò notandola diversa. Io neanche ci facevo caso, bastava non litigare, bastava che sembrasse felice. Illusioni. “E’ così, così dimagrita” disse questo e basta. A scuola i professori raccontavano che era distratta, quasi assente anche le volte che era seduta al banco. E molte volte quel banco restava vuoto.

 

E mai nessun sentore, visto che non ricordavo di aver firmato giustifiche o forse… cercavo di collegare i ritardi, le volte che uscivo di casa prima di lei per prendere la metro in tempo… E poi al ritorno neanche il tempo di chiedere “com'è andata?” certe volte stanca, neanche la forza di mangiare un toast e crollavo di sonno. Oppure cercavo di riassestare casa e lei coi suoi “ho mangiato da Isabella o chissà dove …” Tutto era ruotato vorticosamente e nel mezzo di quell'occhio del ciclone sembrava un’oasi, con l’inferno intorno… Karina fumava erba, beveva, probabilmente faceva uso di altre sostanze stupefacenti, pillole, acidi frequentava un giro di ragazzi sbandati che vivevano per bere, tirare coca e aspettare di veder passare un altro giorno. Due del giro facevano marchette, roba allucinante, roba da finire sui giornali e quando qualcosa trapelò alcuni nomi erano amiche e facce incrociate tra i viali della scuola. Un giro di ragazzine che per pagarsi le ricariche del cellulare non esitavano a vendersi per qualche ora. Ho passato mesi a spulciare, a capire, a chiedere, a cercare di sapere se il suo nome fosse in qualche modo in mezzo a quel lerciume, quello almeno sembrò risparmiato…

 

Ma tanto di tutto questo non lo potevo sapere ancora. Era diventata un’abitudine tornare da lavoro e ritrovarla a dormire rannicchiata sul divano o chiusa nella sua camera. Quando parlavi non rispondeva, diceva “non ho fame, ho mangiato fuori” ma fuori dove? Fuori quando? Discutere non serviva a niente, l’ultima volta che, tornata prima, l’avevo ritrovata a letto in pieno giorno a dormire senza la minima traccia di un libro perlomeno per fingere di studiare, scuotendola forte avvicinando la faccia alla sua sentii la puzza di alcol forte venirmi incontro, tanto da sentire il voltastomaco. Urlai forte da scuoterla da quel torpore che la ingoiava, quella era la mia bambina, quella con gli occhi enormi e le ciglia lunghissime, che guardava il mondo rapita da ogni cosa, adesso aprendo le lunghe ciglia non vedevo che il vuoto “Che cazzo? Hai bevuto sei, sei fuori, sei ubriaca? Karina! Dimmi che cosa stai facendo, è colpa di quella Isabella?È colpa di quella fottutissima Isabella?”

 

Era il primo nome che mi veniva in mente non sapevo… rise beffarda spiazzandomi: “Oh no cara mammina se tua figlia ha qualche problema è solo colpa sua. Non è colpa di nessuno. Tua figlia è un’alcolizzata di merda, non te ne accorgi che ora?” non so perché il formicolio dalle tempie passò alle braccia e poi alle mani, le mollai uno schiaffo forte che le fece sanguinare il naso, il sangue scivolò ovunque, sulla sua camicia, sulle mie mani, sul copriletto che tirò dietro scappando in bagno, di corsa, piangendo, urlando ed io con lei. La vidi risciacquare quella lava di sangue che sembrava non volesse smettere mai più. Credevo si sarebbe prosciugata e piangevo di sensi di colpa e paura. Le sue mani isteriche si strofinavano gli occhi, mentre il sangue continuava a scendere giù. “Che cazzo vuoi da me?” le lacrime si mescolavano col sangue, ma non sembrava neanche accorgersene “Chi sei?” solo questo dissi: “Chi sei diventata, perché mi fai questo?”. “Non è a te che lo faccio. Ti do una notizia che ti sbalordirà, non esisti solo tu. Tu che decidi della tua vita e trascini via con te, me. Tu che segui il tuo lavoro e mi lasci dietro. Tu che scegli un altro e dimentichi che eravamo una famiglia, potevamo essere una famiglia normale” Urlava e non capivo dove sarebbe arrivata. “L’hai lasciato andare via fottendotene di tutto…” Ecco dove voleva arrivare… “Tuo padre aveva un’altra, noi non ci amavamo più”. Urlavo anch'io più forte, sembrava una gara a chi riuscisse a gridare di più.

 

Se non ci fosse stato tutto quel dolore, sarebbe potuta sembrare comica come cosa “A me non me ne frega un cazzo. Dovevi trattarmi come una persona, non come una mocciosa. Lui era mio padre e tu mia madre”. “E tu? Cosa sei adesso? Quello che stai facendo, lo schifo nel quale ti sei infilata, non può essere colpa nostra. Parli di mocciose e poi ti comporti come una di loro”. “Lo schifo di cui tu parli non lo puoi neanche immaginare. Non puoi immaginare che Giorgia è finita due volte al pronto soccorso nell'ultimo mese perché si imbottisce di robe allucinanti, e l’ultima volta strafatta è finita con la vespa in un fosso che nemmeno se ne era accorta. Domanda a sua madre se l’ha notato”. “Io non sono così” pensavo, “noi non siamo così” … Scivolai per terra, spalle al muro, la testa tra le mani. Non sapevo cosa fare, cosa aggiungere, non sapevo neanche più dov'ero. Ero una donna di neanche quarant'anni anni con una ragazzina adolescente che mi spalancava davanti un mondo che neanche avrei potuto credere di affrontare, di sfiorare. “Isabella ha avuto un incidente stanotte alle 2.00 era in macchina con Sabrina solo per caso erano in due. Dovevo esserci anche io ma ero troppo stanca per uscire ieri sera.

 

Abbiamo discusso, ho preso una bottiglia per rabbia. Succede troppo spesso, lo so… Lei è in ospedale l’altra non ce l’ha fatta. Andavano a casa di certi tizi che le avrebbero pagate bene. Così mi avevano dette loro. Io ho cercato di dire che era una stronzata. Volevano ci andassi. Io no. Mi fa schifo, non l’avrei mai fatto. E sono stanca mamma, sono stanca e mi sembra di non farcela più”. Piangeva si sentiva in colpa. Perché era viva, perché era sopravvissuta all'amica. Per tutto quello schifo intorno. L’avrei tirata su a suon di schiaffi ma la sua faccia improvvisamente era immersa nella mia maglietta mentre mi stringeva forte, le tenevo la testa tra le mai. “Se. Io. Pensi che …aiutami mamma” piangemmo insieme abbracciate mentre in testa passava tutta la mia vita, chiamare suo padre, chiamare mia madre, chiamare Alberto, smettere di credere di essere invincibile chiedere aiuto. Avevamo bisogno di aiuto tutt'e due. Sono passati in fretta questi anni. Seduta tra una folla di gente Karina sorride a tutti. È una cerimonia importante quella della laurea i suoi occhi enormi brillano di sole e le mani intrecciate a quelle di Isabella che festeggia insieme a lei. I flash e le parole di tutti, sorrisi fiori e baci di felicità, qualcuno apre una bottiglia riempie dei bicchieri.

 

Alzo il mio sul viso, lei alza il suo “c’è l’acqua dentro …” e ride, “non vale...” qualcuno dice da lontano… “Oh io non bevo …” e non lo dice a me, lo dice voltandomi le spalle, lo dice a tutti, lo dice a se stessa. Ce l’abbiamo fatta insieme, per forza o per fortuna o puro caso, non la saprò mai e adesso non mi importa.








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