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Cultura - SocietàStefania Castella

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15 Marzo 2016
Da uno-nessuno a centomila la vita 2.0 di troppi giovani perduti
di Stefania Castella



Da uno-nessuno a centomila la vita 2.0 di troppi giovani perduti
Gabriele Defilippi
protagonista di un recente
fatto di cronaca

Quello che sono, quello che voglio essere. E’ qui il filo sottile che fa o non fa la differenza in queste nuove vite 2.0. Vite social, che a legare realmente sono più a disagio che dietro la protezione di uno schermo. E quello che è un mezzo di comunicazione diventa tutto il suo contrario, la comunicazione la chiude, in certi casi la deforma, lasciando un angolo di mutazione che non è più un modo per falsare la realtà, ma un luogo in cui il virtuale è più reale del vero. Non fingiamo di essere qualcos'altro siamo altro, questo il punto.

 

Nei recenti fatti di cronaca ha molto colpito la brutta storia di Gabriele Defilippi e l’omicidio in cui è coinvolto. Dopo averla truffata, il ragazzo è accusato di aver strangolato la sua ex insegnante di francese. Raggirata, e rigirata, con l’illusione di una storia, di un futuro che prometteva, avrebbero costruito insieme, qualcosa in cui lei, completamene soggiogata, ha creduto possibile tanto da finire frodata, da denunciarlo e purtroppo il finale è quello che abbiamo appreso nelle pagine di cronaca. Il particolare del caso, oltre la bruttura, è stato osservare quanto e quanti profili fossero attivi che raccontavano ogni volta un nuovo volto, un’angolatura diversa di un giovanissimo eccentrico, ma soprattutto egocentrico. Quanti come lui, giocano con un’immagine da social, e questo è solo quello che vediamo in superficie.

 

Quello che c’è sotto invece è più profondo e più oscuro. Sorriso da rock star, make up, il colore dei capelli una volta scuro poi chiaro, quasi biondo, rosso, lo smalto, il colore degli occhi,che cambia a seconda... il broncio da divo, il piglio da manager, nomi diversi e una diversa raccolta di amici-proseliti, nell'affannosa ricerca, immedesimazione, bisogno smodato, di essere visto, commentato tracciato da un fatidico “Like”. Non sono tutti casi patologici, questo è vero. Non tutte le social vite nascondono certamente profili killer, ma molti killer profili sono spinti da una, probabilmente identica, sete di mettersi in mostra. Una volta era la tv o il videogame ad ingombrare le vite, adesso è qualcosa di diverso, che ci appartiene, qualcosa che non subiamo ma che gestiamo. Qualcosa di vivo, reale che ci ha cambiati nel modo di esistere, catturandoci in reti che ormai sono tutt'uno con la vita “pseudo-reale”. In queste vite social-parallele la maggior parte dei narcisi morbosi ha trovato terreno fertile, il luogo culto dove poter estendere il proprio delirio di onnipotenza.

 

Descriversi a proprio piacimento, cambiare l’immagine ferma in uno scatto che dovrebbe rivelare, ma che in realtà racconta quello che di noi vogliamo mostrare, identificarsi con la costruzione di un personaggio e credere che quella sia vita, è quello che purtroppo accade ai nostri giovani che chiudono fuori il resto del mondo gestendo profili e vite come fossero protagonisti di una realtà che ha la parvenza del videogioco ma che in gioco, ha vite umane, purtroppo. Giovani megalomani, innamorati di sé, in questo caso di cronaca, ogni profilo era un mondo a parte, il palcoscenico di un social-centrico immerso nella sua realtà apparente a sguazzare in un infinito imperturbabile delirio, per molti esperti più che di onnipotenza, di impotenza. Tante vite da mostrare per l’insoddisfazione estrema di gestirne una, propria, reale.

 

Dietro la finzione la realtà, e viceversa, e dietro l’ossessione spesso la patologia, covata in queste cattedrali in cui sentirsi protetti e venerati, in vetrina costantemente, mostrati perpetuamente, per sentirsi qualcuno, per diventare l’agognato personaggio, e per raggiungere lo scopo, si scivola nel furore inarrestabile che unito alla mancanza di empatia sfocia in un abisso senza freni. Preferire salire alle cronache tacciato di essere un mostro, vale di più che essere un signor nessuno, per tanti, troppi. Oggi che i casi di cronaca sembrano nati dalla sceneggiatura estrema di un regista folle e visionario, dove due amici uccidono per vedere cosa si prova, non generalizzeremo, certo, ma non fingeremo di non vedere. Di non vedere che tanto rumore e troppa luce ha nutrito molti piccoli accenni di mostruosità latente, che gode del chiacchiericcio, dello scatto popolare, del “purché se ne parli…” che non è sempre sinonimo di positività.

 

Il rumoroso silenzio di questa generazione è un silenzio che fa rimbombare il cuore, un silenzio a sé, un silenzio a parte, un silenzio oltre i vecchi discorsi e i vecchi silenzi, quelli di una volta intorno a tavolate del tempo che fu. Lode alla nuova tecnologia, fonte di informazione di condivisione, ma la capacità di scindere la realtà, dalla realtà parallela, è qualcosa che i nostri giovani non hanno imparato, insieme al bagaglio di cose percepite prima e meglio di noi, cose che noi non abbiamo saputo insegnare perché in realtà non abbiamo imparato ancora. I consigli ennesimi a stare vicino, a seguire, a cercare di capire, lasciano emergere campanelli d’allarme spesso solo quando non c’è troppo da preoccuparsi, mentre quando si covano mostri, generalmente i genitori sono sempre gli ultimi ad accorgersene, ad ammettere, a voler capire.

 

Un piccolo esame di coscienza forse servirebbe, un piccolo esame allo status generale come facciamo mutando e aggiornando i nostri social status, forse sarebbe quello che manca in questo momento di vite esposte al rischio di annegamento in reti che non tengono al sicuro come si vorrebbe immaginare…








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