 | Marilyn Monroe così bella così infelice |
Gli occhi di nero sciolto mascara, i capelli arruffati, una mano li tiene.
Bianco e nero d’artista ferma un’immagine, nel tempo, per sempre. Marilyn i suoi sguardi tristi nel vuoto, e il vento. Ancora, sorrisi, niente abiti da diva, in pullover e pantaloni, come una persona comune, come Norma, forse come volevi veramente. Quanto di donna c’era, quante donne c’erano in te. Quanto ti sei cercata riflessa negli occhi degli altri, quanto desiderio ci hai scorto, e quanto ti è bastato. Guardarsi attraverso gli altri, e poi cercarsi da sola, allo specchio. TI sarai mai piaciuta davvero? Marilyn. Forse hai rincorso sempre, che cosa poi, non potremmo saperlo, un abbraccio, un amore, un figlio, una vita normale. Quante volte avrai detto “è tutto sbagliato”. A partire da sempre, da quando sei nata, il tuo nome un errore, trascritto male. La mamma voleva omaggiare le sue attrici preferite, Norma Talmadge e Jean Harlow, ma qualcuno per sbaglio ci aggiunse una lettera in più. Il cognome invece lo diede tua madre, che tuo padre dicevano fosse scappato, quando aveva saputo che eri nella pancia di lei, Gladys. La donna che ti ha dato la vita, ma poi non poteva tenerti, troppo fragile, instabile. Lei ti condizionò per tutta la vita. L’eterna paura, di essere folle, di essere “fuori” di essere come lei. Colpa sua? Il girovagare infinito della tua infanzia di famiglia in famiglia, da disattenzione a troppa attenzione. Tu nelle mani di chiunque, lei in un ospedale psichiatrico. Poi sei cresciuta, Norma Jeane, e a sedici anni hai sposato quel Dougherty. Di nuovo, quel “tutto sbagliato”, dicesti dopo, che era stato un matrimonio di interesse, disse lui, che ti è sopravvissuto per decenni, che ti aveva amata davvero. Ma è facile amare un mito, quando è già mito. Forse era colpa tua, forse eri tu, a fuggire a non averne mai abbastanza, di tutto. La tua sete di amore di vita, che ti faceva fuggire, tornare, ruotare come trottola. Norma lavoravi, e qualcuno ti fotografò, e iniziò per caso. Uno scatto dopo l’altro un sorriso dopo l’altro, la direttrice della scuole per modelle che ti vede, che ti vuole. TI schiarisce i capelli ti insegna a truccarti a sorridere, ad usare la voce, “mai a camminare” dirà. A diciannove anni, stavi per fare il giro del mondo di incontro in incontro, da Norma a Marylin, un nome scelto per te, costruito su dite, il tuo agente apprezzava il suono della doppia emme, così Marylin fu, Marylin Monroe, il nome di tua madre, il tuo nome, per sempre. Pensare che dissero di te che non eri affatto adatta per il cinema che la tua era “insufficiente recitazione drammatica”. Ma che ne potevano sapere loro, del dramma, della finzione e della realtà, che ne poteva mai sapere il mondo di te. DI come giravi in tondo cercando una scrittura, di come ti illudessero ogni volta e poi ogni volta, o compariva la tua faccia, o la tua voce. Che per pagare l’affitto di casa, posavi per 50 dollari, per un nudo, che dopo, molto dopo su Playboy, faceva il giro dell’intero universo. “Gli uomini preferiscono le bionde” Marilyn, e le tue mani che affondano in quella “Walk of fame” i tuoi sorrisi sensuali e quei “Diamond” che diventavano best friends, per te, per tutte le ragazze come te, sole, come te. Timida dolce intelligente, questo dicevano di te. Insicura, terrorizzata dal palcoscenico, che sfidava se stessa continuamente, così circondata di facce, da essere continuamente alla disperata ricerca di se stessa. Un marito dopo l’altro, Joe di Maggio, con cui il divorzio fu doloroso, poco più del matrimonio, troppo ossessivo, geloso. Il contrario del freddo Arthur (Miller) con cui rincorresti tanto l’idea di un figlio, che non nacque mai. Quando l’amore era naufragato anche con lui, tutto sembrò andare in pezzi, anche tu. I copioni che scarseggiavano, i continui ritardi su set, nessun equilibrio a tenerti legata alla terra. Yves Montand, e l’eterna illusione di essere scelta, e poi amata per sempre. E scoprire che un’altra è sempre al tuo posto, o sei tu, ad essere sempre nel posto sbagliato. L’ombra di te stessa, bella sempre, ma con lo sguardo perso, altrove. Poi quell'incontro confuso e fatale. Quando la testa era ormai un divagare di tormento e dolore. La bottiglia i sonniferi, la salute che va e viene. Il set dell’ultimo film “Gli spostati” voluto e scritto per te da lui, quel marito divenuto ormai un tormento: Miller; quelle riprese infinite, nelle attese infinite, nei ritardi nelle frasi dimenticate, fu raccontato dopo, dai protagonisti, come un tormento. Quello fu l’ultimo film. La mente vagava. Intorno, cominciava a crollare tutto. Le dipendenze da sonniferi e alcool, divennero presenti e pressanti, quando quell'incontro fatale, aveva segnato la tua vita, quando nell'imbarazzo generale, cantavi “Happy Birthday, Mr. President” indossando quell'abito color carne che mostrava tutto di te, al mondo, quando rabbiosa gridavi a Jacqueline (Kennedy) che John, ti avrebbe sposata, la vita andava al rovescio oramai, e quanto e quando eri veramente lucida, forse non avresti potuto dirlo, nemmeno tu. Il tuo John, quanto lo avresti amato, quanto ti avrebbe amato. Forse come le altre, le tante altre, forse di più. Così facile, se non fosse stato il presidente. Puntavi in alto Marilyn, prima John poi suo fratello Bob. Dicevano di lui fossi incinta, e che avessi abortito. Dicevi che avresti sposato un uomo potente, Marylin. Magari sognavi un bel patio, un bel libro da leggere, un bimbo che ride, un uomo da amare. Se non fossi stata Marilyn, se lui non fosse stato lui. Faceva un gran caldo quella notte d’agosto in cui il mondo crollava. Raccontano che Bob, era stato da te quella sera, la sera prima. Raccontano tante cose, di quei due giorni. Raccontano senza spiegare, che cosa è successo. Il cinque agosto del 1962, la tua immagine fa il giro del mondo, senza di te. Tu Norma, sei già altrove. Una tristezza infinita. Finita in balia delle mani degli altri, di occhi che scrutano, che prendono, confondono, nascondono. Forse un’overdose, Marylin, un’overdose di barbiturici, 44 compresse diceva il medico legale. Senza nemmeno un sorso d’acqua. Norma. Sei andata via, a faccia in giù con la testa nascosta al mondo. Sei andata via senza spiegare, chissà che avrai sentito, la cornetta stretta tra le mani, una voce, senza risposta. Bye bye baby, sei andata da sola, tra le lenzuola di seta, e la casa che volevi, magari ancora stretta al ricordo e al pensiero dell’uomo che amavi… i tuoi occhi disfatti, il mascara colato, il sorriso che splende, sei sempre così, resterai sempre così, sospesa nel tempo nel tempio dei miti, come volevi davvero, forse…
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